Hai subito un intervento chirurgico e la ferita ha formato un cheloide? Scopriamo insieme cosa è e come è opportuno affrontarla.

Cheloide: Definizione

Innanzitutto è bene specificare bene cosa sia un cheloide. Quando Per qualsiasi motivo ci si deve sottoporre ad un intervento chirurgico o in seguito ad un trauma con coinvolgimento delle pelle, è necessario affrontare la cicatriche che si viene a creare in maniera adeguata in quanto, se trascurata, può portare ad una serie di problematiche che poi vedremo.

CheloideIl cheloide è la deposizione di tessuto fibroso in maniera anomala nella sede limitrofa a dove è avvenuto un “trauma” a livello cutaneo.
É fondamentale comprendere che la pelle è l’organo più esteso del corpo umano e svolge numerose attività, dove però la più importante è quella di proteggere il corpo dalle sostanze e dal mondo esterno.
La pelle quindi adatta una sorta di recupero graduale della propria integrità proprio per svolgere questa sua funzione di difesa: dopo una lesione cutanea però questa attua una serie di attività proprio per rendere di nuovo integra la superficie e lo fa attraverso la deposizione di tessuto connettivo per ridurre il contatto tra la parte interna (nobile) e la parte esterna (piena di batteri e che minerebbero la salute dell’organismo).

Succede a volte però che possano subentrare dei meccanismi alterati in cui le cicatrici hanno un deposito maggiore di questo tessuto fibroso determinando quindi delle cicatrici ipertrofiche che sono nient’altro che un sinonimo di cheloide.

Cheloide: Processo di Cicatrizzazione

Per poter comprendere adeguatamente cosa porta alla formazione di un cheloide, è fondamentale anche illustrare come funziona il processo di guarigione dell’apparato tegumentario (questo il nome scientifico della pelle) che può esser riassunto in 4 grandi passi:

  1. Fase emostatica: In questa prima ed iniziale fase, a seguito di una lacerazione dei tessuti e di una conseguente rottura dei vasi sanguigni e dei capillari, il corpo prova ad arginare la dispersione di sangue attraverso l’attivazione di alcune cellule (trombociti): questi producono le sostanze della coagulazione che formano un vero e proprio “tappo” costituito dalle sostanze corpuscolari nel sangue che rimangono imbrigliate.
  2. Fase infiammatoria: a seguito di questo iniziale stop coagulativo che si è venuto a creare, avviene una vera e propria infiammazione della parte dove avvengono una serie di processi rivolti in primis a circoscrivere la ferita e combattere eventuali batteri o virus che potrebbero infettare l’organismo. Oltre a quest’azione di attacco da parte delle cellule immunitarie c’è anche un’attivazione dei processi riparativi della cute che, data la vasodilatazione, apparirà rossa e gonfia (a causa del deposito dei macrofagi nella zona).
  3. Fase Proliferativa:Questa è la fase vera e propria di riparazione della cute: c’è una grande attivazione delle varie cellule connettivali affinchè venga rimarginata la ferita.
    Dalla Periferia della ferita c’è un progressivo deposito di strutture dell’endotelio che, seguendo le linee tracciate della fibrina, convergono fino a quando non si toccano, momento nel quale cominciano ad essere riallacciati dei ponti sanguigni permettendo quindi una buona vascolarizzazione.
    Successivamente avvengono una serie di formazioni cellulari in cui la cute prova a recuperare l’elasticità che aveva prima (sempre senza permettere una nuova apertura della cute) e contemporaneamente c’è il deposito di acido ialuronico con tessuto connettivo.
    Proprio in questa fase è possibile avere una iperproduzione di tessuto connettivo con il rischio di avere una cicatrice ipertrofica con le conseguenti problematiche.
  4. Fase della maturazione: importante da notare come in questa ultima fase la ferita ormai è stabile e non c’è più il rischio di una nuova apertura dei margini, in quanto i ponti cicatriziali ormai sono stabili. La sensibilità (innervazione) e la consistenza della ferita che si è creata saranno ridotte, come sarà ridotta anche l’elasticità che non potrà essere uguale rispetto alla cute integra.

Per comprendere anche visivamente questo fantastico percorso che esegue la cute nel suo recupero, questo video risulta essere molto didattico e semplice.

Cheloide: quando si forma

Come abbiamo spiegato, la formazione del cheloide è qualcosa che avviene in condizioni in cui non c’è un’adeguata deposizione delle fibre collagene in quanto ne vengono depositate in sovrannumero. Varie sono le condizioni che possono genere questi fenomeni iperproliferativi come:

  • Cadute accidentali
  • Interventi chirurgici
  • Continue cicatrici chiuse e poi di nuovo aperte
  • Ustioni da calore
  • Lesioni da liquidi altamente acidi o basici
  • Rimozioni di lembi di cute ( es. asportazione di nei)

In chirurgia sono estremamente frequenti le comparse di cicatrici ipertrofiche che, sebbene non diano problemi nell’immediato, risultano essere una grande complicanza secondaria che va affrontata in maniera decisa e risolutiva.
Ricordiamo inoltre che i chirurghi, quando eseguono un taglio nella cute, dovrebbero rispettare le linee di Langer. Queste “linee” non sono altro che una sorta di mappatura di linee di tensione delle fibre nelle fasce muscolari. Queste indicazioni se rispettate, determinano una riduzione dei fenomeni di retrazione.

Cheloide: I punti più frequenti

Essendo la pelle l’organo più esteso del corpo, è molto frequente quindi avere delle problematiche relative alle cicatrizzazioni complicate. Per questo motivo è frequente avere dei cheloidi in zone delicate che, se non trattate, inducono a vari disturbi non sempre semplici da identificare.
Nel mio studio infatti una delle domande fondamentali è legata alla presenza di interventi chirurgici e delle relative ferite: la chirurgia spesso nell’intervenire tiene conto poco dei disturbi che l’apparato tegumentario subisce quando si accede e che può portare al sistema muscolo-scheletrico e dermatologico.

Vari sono i punti che nel nostro corpo subiscono più di altre una produzione eccessiva di tessuto connettivo:

  • ginocchio cicatriceGinocchio: dopo un protesi di ginocchio per esempio, le cicatrici inducono una vera e propria limitazione del movimento soprattutto nella flessione. Basti pensare alla tensione di un intervento al ginocchio sulle strutture interne come possa dare problemi nell’articolarità, figuriamoci una cicatrice retraente…
  • Spalla: quest’articolazione è probabilmente la più complicata da riabilitare quando subisce un intervento. Fortunatamente la chirurgia ortopedica si sta spostando sempre più verso un approccio mini-invasivo e con tecniche laparoscopiche, ma quando sono presenti delle incisioni cutanee ampie (es. una frattura dell’omero) il trattamento della cicatrice è praticamente obbligatorio. Immaginiamo che la spalla è un complesso di 5 articolazioni che si devono muovere e relazionare in sincronia, quindi è facile capire come una brutta cicatrice ipertrofica possa limitare i movimenti dei tessuti e rendere il recupero minato e incompleto.
  • Schiena: la presenza di nei da eliminare per motivi dermatologici rappresentano i principali motivi per cui avvengono le cicatrici a livello del torace. Si assiste frequentemente a cicatrici molto grandi, spesse e rosse che, sebbene apparentemente siano innocue creano alterazioni importanti; un importante studio eseguito da due colleghi italiani nel 2013 indaga come una cicatrice produca non solo un alterazione cutanea, ma anche una importante sensibilizzazione a livello del sistema nervoso centrale e periferico. Nella schiena quindi è facile capire come i disturbi siano molteplici, non solo nella zona correlata ma anche a distanza.
  • Sterno: Questa zona spesso è implicata negli interventi cardiaci, dove è necessaria una sternotomia per eseguire un intervento a “cuore aperto”. Essendo la zona dello sterno una zona non solo molto correlata con il sistema neurovegetativo, ma anche con poca massa muscolare ma molto densa a livello connettivo, facile capire come un intervento al torace in questa zona possa provocare, una volta che la ferita si sia chiusa, un cheloide. Come con la schiena, l’intervento tempestivo a livello fisioterapico della cute riduce tantissimo le complicanze legate all’importante intervento: spesso infatti si assiste ad una ridotta mobilità del torace e delle funzionalità respiratorie dovute a questa cicatrice che, una volta trattata, toglie il “freno” e permette movimento alla gabbia toracica.
  • Caviglia: Essendo al caviglia una zona con una quota di cute abbastanza ridotta e dove l’elasticità è di fondamentale importanza nella cicatrice cesareocorretta biomeccanica articolare, gli interventi alla caviglia spesso determinano delle cicatrici che riducono e di molto la mobilità. Nei casi di lassità legamentosa e di stabilizzazione dell’articolazione, vengono per esempio eseguiti più tagli in corrispondenza dei vari legamenti che frequentemente inducono a delle cicatrici retraenti e ipertrofiche.
  • Cesareo: Sebbene siano stati studiati attentamente le varie modalità in cui eseguire un taglio cesareo, non è raro ancora oggi trovare delle cicatrici da parto cesareo che possono indurre una serie di aderenze interne che possono portare a disturbi anche importanti a livello ginecologico e negli organi della minzione.

 

Cheloide: Trattamento

Il lavoro nel trattamento di cheloide è, come spesso accade, di appannaggio di un equipe multidisciplinare che coinvolge il chirurgo plastico, l’infermiere (soprattutto per quanto riguarda le fasi iniziali della ferita chirurgica o ferita da medicare) ma soprattutto del fisioterapista.

Sì perchè nel mio studio, attraverso una specifica formazione nel trattamento delle cicatrici ipertrofiche, ho creato un approccio veramente vincente nel trattamento delle cicatrici sia che giungano da operazioni chirurgiche “fresche” sia da interventi “vecchi”.
L’approccio che generalmente viene affrontato dal chirurgo plastico è sicuramente quello di eseguire un taglio o un intervento chirurgico mirato per ridurre la cicatrice: succede però che per eseguire questo trattamento avviene un’ulteriore incisione con relativa cicatrice. Motivo per il quale il trattamento chirurgico a carico del chirurgo plastico non sempre fornisce soluzioni efficaci anzi, spesso peggiorative nello stato di salute della persone.

Può risultare estremamente utile, sia nel caso in cui la cicatrice sia recente che sia di vecchia data, cercare di ammorbidirla con delle creme adeguate che hanno una composizione specifica per il trattamento delle ferite cutanee. Personalmente mi trovo bene a consigliare per i miei pazienti l’acquisto di questa crema, acquistabile su AMAZON: basta cliccare sul bottone “compra su Amazon” per essere reindirizzati su questo portale e proseguire con l’acquisto.

Trattamento fisioterapico del cheloide

Ciò che risulta essere invece di estrema efficacia e di evidente successo, è l’approccio fisioterapico attraverso una serie di tecniche che il fisioterapista esperto può applicare sul soggetto.

Nel mio studio utilizzo una serie differente di approccio terapeutici mirati in primis all’ammorbidimento della cicatrice e delle relative complicanze che da essa si scaturiscono; nella mia pratica clinica mi imbatto spessissimo in cicatrici e posso affermare con assoluta certezza che molto spesso cicatrici anche distanti dalla zona limitrofa, possono determinare una serie di disturbi gravi che non sempre è facile diagnosticare e trattare.

cupping therapyUno dei trattamenti più efficaci nel trattamento del cheloide è sicuramente quello della mobilizzazione attraverso la vacuum Terapia: questo tipo di approccio nasce dalla medicina tradizionale cinese e sfrutta il concetto del vuoto.
Attraverso alcune piccole coppe e una pompa che aspira all’interno, è possibile eliminare completamente l’aria all’interno determinando quindi un’azione di risucchio: questo genera quindi una trazione dal basso verso l’alto dei tessuti con una duplice azione.

  1. Incremento della vascolarizzazione: quando viene eliminata l’aria, nella zona all’interno dell’ampolla c’è un rapidissimo incremento dell’afflusso del sangue. Questo permette non solo che ai tessuti giungano molte sostanze nutritive ma che, attraverso l’equazione di Starling, venga quindi eliminato l’edema e le varie sostanze infiammatoria che sono localizzate nella zona.
  2. Mobilizzazione e decompressione: la cute ha al di sotto dello strato epidermico una zona di tessuto connettivo che, dopo una cicatrice, tende a riorganizzarsi in maniera errata e che necessita di essere mobilizzato. Attraverso l’azione di scollamento, umidificando la cute con del gel, è possibile poi mobilizzare tutta la zona seguendo non solo le linee di forza ma anche favorendo un ritorno all’elasticità.

Molto importante è segnalare che questo tipo di approccio terapeutico deve essere svolto da un fisioterapista esperto in questo tipo di problematica in quanto, se eseguito in maniera errata, può portare anche a delle lesioni cutanee importanti come ecchimosi e lesioni con essudato.

trattamento manuale cicatriceUn altro tipo di approccio che risulta essere molto efficace è il trattamento della cicatrice con cheloide attraverso alcuni strumenti per la terapia manuale come il Da.Ma e gli specilli della fibrolisi meccanica.
Con questi strumenti si lavora in maniera veramente minuziosa nella zona dove è presente l’ipertrofia connettivale eseguendo alcune tecniche compartimentali per recupere non solo l’elasticità, ma ridurre al massimo quelle brutte “collinette” di tessuto cutaneo che creano problemi.

Logicamente anche l’approccio manuale nelle cicatrici riveste un ruolo molto importante, in quanto solamente con le mani di un fisioterapista esperto è possibile percepire se sono presenti delle retrazioni a livello sottocutaneo e lavorarci adeguatamente.

 

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