Intervista a Luigi Pianese

Le interviste ai migliori professionisti Italiani continua, e questa volta abbiamo il piacere di intervistare Luigi Pianese.

 

Ciao Luigi e grazie per la disponibilità. Innanzitutto spiega ai nostri lettori chi sei, dove lavori e qual’è stata la tua formazione professionale.

Luigi PianeseCiao Daniel. Grazie a te sia per l’interesse che per la pazienza!
Sono un Fisioterapista specializzato in Terapia Manuale. Ma sono fondamentalmente un curioso (caratteristica che ha sempre “condizionato” il mio percorso di vita e professionale) e un appassionato, in particolare, di Salute e Tecnologia a 360°.
Ho conseguito la Laurea Triennale con il massimo dei voti al Primo Policlinico di Napoli, mia città natale, nel 2004 e da subito ho iniziato percorsi formativi post-universitari di formazione in Terapia Manuale, Osteopatica in particolare, in Terapia Fisica con particolare riferimento alla TecarTerapia, nella riabilitazione dello sportivo (presso strutture specializzate in una prima parentesi romana) e frequentando la sala operatoria con vari chirurghi nel corso degli anni e soprattutto partecipando a molti convegni e congressi che a mio avviso sono davvero un grande contenitore di sapere e di informazioni che molto spesso sfruttiamo poco, anche, probabilmente, per mancanza di tempo a disposizione.
Nel mentre ho conseguito anche la Laurea Specialistica alla Federico II, sempre a Napoli, che mi ha fatto appassionare molto anche alla metodologia della ricerca scientifica, che era parte corposa del programma di studi, facendomi ”scoprire” un mondo poco esplorato in precedenza e dandomi la possibilità di costruirmi una visione laica e pragmatica e non dogmatica della EBM (e non solo).

Poi, è arrivata l’adozione di un’altra bellissima città, Roma. Scelta voluta che mi ha permesso di seguire ulteriori percorsi di formazione in vari campi con tanti colleghi che stimavo e che stimo e che è stata per me un volano di crescita professionale e di rapporti umani tanto che con molti miei mentori e maestri è nata poi, nel tempo, una bella amicizia.
Nel corso degli anni ho poi, per passione, iniziato a indagare e studiare anche le potenzialità e le implicazioni degli stili di vita del paziente (e non solo) con una gestione più ampia che riguarda l’alimentazione (“Fa’ che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo” diceva Ippocrate più di 2500 anni fa’) e i condizionamenti ambientali e psicosomatici oltre che il “movimento” e le relazioni con il dolore cronico e le patologie di varia natura (dalle croniche alle autoimmuni) con cui spesso ci troviamo a lottare al fianco del paziente.
E, ovviamente, non potendo né gestire in autonomia né trattare determinate problematiche organiche e non, da fautore delle relazioni e della crescita anche professionale, oltre che umana, che deriva da essa, ho “cercato”, in tutta italia, professionisti che avessero scelto, nel tempo, un percorso fuori dagli stereotipi e che mettevano al centro il paziente e la Medicina (con la M maiuscola non a caso) e non solo “le medicine”, detto con il massimo rispetto verso tutti i medici. Specialisti di varie branche che con grande piacere, ed un pizzico di orgoglio, ho portato a far visita a Roma (presso gli ambulatori medici del centro di fisioterapia dove lavoro), anche da città lontane, creando un team multiprofessinale altamente specializzato. Perché “prendersi cura” del paziente significa farlo a 360° secondo il mio punto di vista. E proprio per questo è fondamentale costruire team multiprofessionali che lavorino in sinergia nell’interesse del paziente e della persona.

Ho il mio studio professionale a Ponte Milvio e, da un paio di anni, ho l’onore e l’onere di essere il coordinatore dei Fisioterapisti di una struttura con più di 40 anni di storia, il Centro di Fisioterapia 3C+A a Battistini.
Sono anche l’ideatore, probabilmente per caso e mio malgrado, del Fascial Full®, l’unico IASTM che ha, tra le varie peculiarità, una ergonomia studiata per salvaguardare le mani dell’operatore. In questo caso, è proprio il caso di dire, ho fatto di necessità virtù.

Ormai sono qualche anno che fai il fisioterapista, come vedi attualmente la nostra professione? Quali sono gli obbiettivi da raggiungere ancora?

In effetti sono più di 12 anni. In questo arco di tempo ho visto grande fermento e vivacità e allo stesso modo staticità e criticità endemiche. Come il fatto di essere una categoria professionale ancora troppo promiscua e senza una rappresentanza istituzionale forte.
A volte vedo ancora troppe lotte intestine prive di senso e “incrostazioni” di pensiero e di posizione.
Devo dirti, altresì, che sono abituato a valutare le situazioni focalizzando la mia attenzione sul bicchiere mezzo pieno. Anzi, per dirne una “scomoda”, ad esempio, riguardo l’abusivismo: l’ho sempre ritenuto una “risorsa”. Non prendermi per pazzo. Intendo dire che, se è vero come è vero, che non si è mai troppo preparati ad affrontare una professione tanto difficile quanto affascinante come la nostra dopo tre o più anni accademici alla Facoltà di Medicina, figurati cosa può avere come background uno che non si è formato dentro le mura universitarie ma chissà dove e chissà come. E ti assicuro che ogni volta che ho incontrato sulla mia strada pazienti che erano stati seguiti in passato da sedicenti finti colleghi, non li ho più persi. Perché le persone poi si rendono conto nel tempo delle differenze “culturali” e non solo.
A noi serve solo più “orgoglio” professionale per quello che già oggi siamo e per quello che sempre di più possiamo essere. Una figura al centro del percorso di salute e benessere dei nostri pazienti.
Personalmente ho sviluppato questa convinzione ben presto. Già dai primi anni, mi sono reso conto che, in alcuni casi, il mio intervento potesse essere, forse, troppo limitato e che non mi bastava aiutare le persone solo dal “di fuori” e dopo che si era manifestato un problema di qualsiasi natura. In quanto mi sono da subito reso conto di quanto “potente” fosse la nostra figura nell’ambito della Medicina. Se ci pensi non esiste NESSUN altro Professionista sanitario che entra così in stretto contatto con il paziente, né per frequenza, né per intimità. Nessuno che abbia facoltà di toccare ed entrare nella sfera personale dei pazienti che, non a caso, non di rado ci raccontano ogni aspetto della loro vita e ci raccontano tutti i problemi fisici e non fisici che vivono quotidianamente. E’, se ci fermiamo un attimo a riflettere, è una cosa STRAordinaria e al tempo stesso di grande responsabilità.

Quello che auspico per il futuro è la capacità per la nostra categoria di aprirsi al massimo alle relazioni ed alle collaborazioni come ti dicevo rispondendo alla tua prima domanda. Noi siamo un punto nodale nella vita dei nostri pazienti e possiamo aiutarli, potenzialmente, forse come nessun altro. Non serve la “politica” per questo. Non servono le associazioni. Non servono i riconoscimenti giuridici o ordinistici che pur sarebbero un doveroso riconoscimento.
E devo dire che vedo già questo percorso e questo fermento anche intorno a me. Bravi colleghi italiani che sono chiamati ad insegnare anche all’estero e che stanno portando la fisioterapia in campi sempre più elevati e innovativi.
Serve solo la voglia di voler crescere e di fare. Dobbiamo Essere (con la E maiuscola non a caso) in prima persona il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, anche professionale, che ci circonda.

So che sei l’inventore del Fascial Full, ce ne parli un po’?

Fascial Full 1Il Fascial Full®, che bella storia! Una storia fatta di curiosità, di incontri e di sorprese. Diciamo che mi ritengo più ideatore che inventore di questo strumento IASTM (che è l’acronimo di instrument assisted soft tissue mobilization) che è nato quasi per caso. Dalla mia esigenza (che poi ho scoperto essere una esigenza dell’intera categoria con tanto di Studi Osservazioni specifici presenti sulle banche dati biomediche) di avere uno strumento che mi permettesse di utilizzare le varie tecniche miofasciali sui tessuti molli eliminando il sovraccarico alle mie mani che spesso erano dolenti a fine giornata. Si verificava il paradosso che magari ero riuscito a far stare bene i pazienti e poi stavo male io.
Per cui mi sono prima messo a sperimentare tutto lo sperimentale tra quello che già c’era e che avevo a disposizione. Strumenti di varie forme e materiali. Perfino un classico cucchiaio da cucina. Cosa non si fa per la “scienza”. A parte la battuta ne ho provate davvero di ogni. Senza che nulla potesse risolvere il mio problema semplicemente perché non era mai stato affrontato. Nessuno strumento aveva una ergonomia studiata per aiutare l’operatore. Anzi. Praticamente nessuno si poteva definire ergonomico. E allora mi sono messo a studiare e a cercare sulle banche dati biomediche per capire se il problema era mai stato affrontato e risolto. In realtà ho scoperto, con mia grande sorpresa, che il problema era stato studiato e come e a varie latitudini. Tanti Studi Osservazioni dall’Italia all’Australia passando per il Sud Africa. Tutti che indagavano e mettevano in risalto i problemi che determinate tecniche manuali provocavano e provocano alle mani, e al pollice in particolare, del Fisioterapista. Il fatto per me incredibile è stato osservare come tutti gli studi andassero nella stessa direzione e arrivassero agli stessi risultati. Se pensi che quasi sempre, come sai, su un qualsiasi argomento, nelle banche dati biomediche, trovi tutto e il contrario di tutto allora siamo di fronte davvero ad una evidenza e un problema davvero inconfutabile. Il fatto è che nessuno, però, offriva una “risposta” o una “risorsa” per risolvere il problema. Quindi ho “immaginato” quello che potesse fare al caso mio, studiando i principi di ergonomia, e le circostanze hanno poi voluto che chiedessi ad una azienda italiana che avevo conosciuto e visitato e che aveva ed ha altissimi standard produttivi di realizzare per me uno strumento specifico con una ricerca dei materiali senza precedenti. Con i loro ingegneri abbiamo sviluppato il progetto che ha preso corpo con un primo prototipo, che poi ho utilizzato per quasi un anno presso il mio studio. Dopo è nata la versione definitiva ed attuale del Fascial Full® che era nato solo per me. Il caso ha voluto che dei colleghi lo vedessero e lo provassero, sperimentando a loro volta gli enormi vantaggi e benefici, e che mi chiedessero e spingessero a farne una produzione più ampia visto che avevamo tutti gli stessi problemi che era possibile risolvere con il Fascial Full®. E la cosa straordinaria e che poi in meno di un anno, senza nessuno dietro, senza aziende, senza sponsor, e senza particolari risorse economiche, più di 300 colleghi in ogni campo della fisioterapia (tra cui molti nello sport professionistico in Serie A di Calcio, nel circuito ATP di Tennis, in Nazionale di Nuoto e di Tuffi, nel Golf, nella Pallavolo, e perfino studenti ancora al terzo anno di studi oltre a tantissimi altri colleghi presso i loro studi professionali o centri di fisioterapia) lo hanno scelto ed è diventato lo strumento di riferimento per le sue peculiarità. Non passa giorno che non riceva una mail o un messaggio di ringraziamento. Mai una critica (da parte di chi ce l’ha ovviamente). Ci sono già più di 40 recensioni sul sito ufficiale. Tutti entusiasti. E’ lo strumento, al tempo stesso, più pregiato nei materiali e nella lavorazione e più economico nei costi. E questa cosa lo ha reso ancora più amato.
Ma la cosa più spettacolare e inattesa è stata la richiesta di un giovane collega di poter realizzare la sua Tesi di Laurea proprio sul Fascial Full® e sul mondo IASTM. La cosa mi ha premiato di tanti sforzi e mi riempie già adesso di orgoglio. Lo studio sta coinvolgendo le centinaia di utilizzatori del Fascial Full® e sta dando risultati favolosi. Di tutto questo però il grande merito va dato a Fabio Tarussio, che ha preparato, per la raccolta dati della sua Tesi, un questionario anamnestico online dettagliatissimo e davvero curato in ogni particolare.

Cosa differenzia il tuo prodotto dagli altri strumenti per lo IASTM?

Praticamente tutto. La sua Ergonomia è unica e studiata in modo specifico per ridurre e annullare il sovraccarico alle mani dell’operatore. Non ci sono precedenti.
Il materiale è una speciale lega di alluminio di derivazione aeronautica che rende il Fascial Full® uno strumento robusto e al tempo stesso leggerissimo e gli conferisce un’altra caratteristica unica. Una piacevolezza al tatto che non ritrovi in nessun altro materiale. Il Fascial Full® è “caldo” e sembra quasi “soffice” al tatto. Sembra incredibile e che chi non lo conosce penserà che esagero perché è il mio prodotto ma io invito sempre a chiedere a chi ce l’ha e a provare dal vivo.
fascial full 2Il Fascial Full® è poi uno IASTM talmente polivalente che puoi utilizzarlo praticamente in tutte le metodiche miofasciali codificate e non. Non mi sono “inventato” nulla a riguardo proprio perché ritengo che ci siano già tutte le conoscenze specifiche nelle varie metodiche miofasciali. Con il Fascial Full® fai quello che faresti con la tua mano ma lo fai meglio e con molta meno fatica. Le nostre mani restano in perfetta salute e ce le teniamo care per fare le valutazioni prima del trattamento e per il ri-test dopo il trattamento.
E ultimo, ma non ultimo, una cosa a cui tengo moltissimo. E’ l’unico IASTM Certificato in Classe 1 per uso Medicale! Quando è nata l’idea di commercializzarlo mi sono imposto questa cosa. Volevo e voglio che ci sia la massima SICUREZZA per gli operatori, per i miei colleghi e soprattutto per i nostri pazienti. E’ un’altra cosa che è costata tempo, fatica, e non solo, ma che è per me motivo di grande soddisfazione.

Quali sono i corsi “must do” che ogni terapista dovrebbe fare secondo te?

Guarda Daniel, credo che la Fisioterapia sia un tavolo che poggia su 3 gambe: Terapia Manuale, Terapia Fisica, Esercizio Terapeutico. E qui già è sintetizzata la mia risposta. La nostra professione abbraccia un campo vastissimo che va dal neurologico all’ortopedico, dalla gestione dei problemi urogenitali a quelli dei bambini con le più svariate patologie, passando per lo sport e la gestione, oggi e domani ancor di più, del paziente geriatrico. La formazione è sempre un must do nella nostra professione. Il mio consiglio e di partire frequentando i convegni e i congressi nell’area di maggior interesse, in quella dove hai cominciato a lavorare o dove vorresti lavorare. Partendo da quei contesti, solitamente molto stimolanti, sarà più facile capire di cosa hai o senti il bisogno. L’importante è armarsi di sana curiosità e interesse. Io non sono mai stato, ne mai sarò, un fondamentalista di questa o quella metodica o tecnica o area di interesse. Penso che quante più frecce all’arco ci sono più possibilità abbiamo di aiutare i nostri pazienti, in quanto ben conscio che “non puoi vedere quello che non conosci”. Oggi il panorama formativo offre molto. Ci sono colleghi che hanno iniziato a diffondere anche nuove frontiere. C’è chi, da fisioterapista, si occupa di Ipnosi nella gestione del dolore o chi, sempre da fisioterapista ha a cuore la comunicazione efficace per rafforzare il nostro intervento terapeutico. L’ideale, a mio avviso, è iniziare con la formazione in terapia manuale nel campo di maggior interesse. E poi a seguire tutto il resto. E come sai, non si smette mai. Ancora oggi buona parte dei miei weekend sono investiti per seguire convegni e corsi. E credo che sarà così sempre.

Cosa ti ha portato al percorso dell’insegnamento? Avevi questa vocazione da sempre oppure è nata a seguito di un evento in particolare?

Come per altri aspetti che hanno riguardato la mia vita professionale anche questo è seguito ad una serie di circostanze casuali o indotte. C’è di sicuro una propensione ma l’insegnamento è anche una grande responsabilità e io sono di certo ancora un “apprendista insegnante”. Diciamo che mi diverto a trasferire parte della mia esperienza e delle mie competenze professionali ad altri colleghi.

Ti ringrazio per il tuo interesse e ti faccio un grande in bocca al lupo che estendo a tutti i nostri colleghi.

 

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