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Seno duro o troppo alto dopo la mastoplastica additiva? La fisioterapia per un risultato naturale
Se stai leggendo questo articolo nel mio blog, è probabilmente perchè hai fatto un intervento di mastoplastica additiva che però sta tardando a mostrare i risultati sperati. Ci ho preso giusto? Beh, devi sapere che come te tantissime donne che fanno questo tipo di intervento poi hanno un periodo di latenza fino a che non arrivano ad un seno naturale, florido e finalmente aspettato. Molto spesso, i chirurghi non suggeriscono mai un lavoro manuale da un fisioterapista esperto perchè o non ne conoscono specializzati sul trattamento connettivale e muscolare, oppure pensano che prima o poi si sistemerà tutto facendo passare il tempo… NON CORRETTO!
Risulta essere fondamentale un approccio manuale integrato con il lavoro del chirurgo per permettere di fare un eccellente mobilizzazione e ripristinare il corretto movimento della protesi e dei tessuti per avere un seno bello e armonioso. Vediamo allora di che si tratta e scopriamo insieme come stare bene e perchè è importante affidarsi ad un esperto.
Seno duro dopo la mastoplastica: quando preoccuparsi della contrattura
Dopo un intervento del genere, è fisiologico ritrovarsi nei giorni successivi all’intervento con il seno più in alto e “duro”. Questo avviene fisiologicamente perchè c’è edema post operatorio e i tessuti hanno creato quella sorta di isolamento della protesi a causa del riconoscimento di “qualcosa non suo”, cioè del corpo estraneo. Se però avviene che il seno duro continua a rimanere anche dopo 2 mesi dall’intervento, si capisce che c’è qualcosa che non va e si è venuta a creare una contrattura capsulare.
Contrattura capsulare: dai gradi di Baker al lavoro di prevenzione
Quando il nostro corpo viene a contatto con qualcosa di Non SELF (una scheggia di legno nel dito, una protesi al seno ecc.) cerca di isolare questa affinchè non entri a contatto con il resto. Nel caso del seno rifatto, l’organismo crea una sorta di capsula intorno alla protesi (capsula periprotesica), all’inizio questa membrana è elastica e anche abbastanza sottile, ma se questa tende a irrigidirsi e a ridurre il volume della protesi, ecco che avviene una sorta di “strizzamento” della protesi stessa. In chirurgia si usa una scala, chiamata “scala di Baker” che è rappresentata da vari step:
- Grado 1: il seno risulta morbido, naturale e la capsula è elastica
- Grado 2: alla vista sembra tutto ok, ma il tessuto non è così malleabile e al tatto risulta essere più sodo.
In questa fase, sarebbe il momento perfetto per intervenire a livello fisioterapico manuale per prevenire il peggioramento e recuperare l’elasticità dei tessuti. - Grado 3: Anche alla vista la zona del seno è dura e risulta essere asimmetrico e troppo tondo (alcune mie pazienti lo definisco a palloncino), in questa fase la protesi è bloccata
- Grado 4: stessa situazione del grado 3, accompagnata anche da senso di tensione importante e dolore fisico.
Molte delle pazienti che ricevo ogni settimana, pensano di essere in grado 3, ma invece è una condizione da spasmo muscolare indotto dalla protesi e dalla paura che succeda qualcosa al seno. Anche un’aderenza cicatriziale può esser presente in questa fase, ed è per questo che è importante intervenire in maniera mirata e instaurare un dialogo tra fisioterapista e chirurgo.
Nella letteratura chirurgica viene sottolineata l’importanza della gestione corretta del post-operatorio per ridurre il rischio di complicanze e reinterventi (Brown MH et al., 2016).
Come ammorbidire il seno rifatto con la fisioterapia
Continuamente sento dire che il seno dopo l’operazione di mastoplastica additiva non vada toccato. DIPENDE!
Al contrario la protesi va stimolata e va recuperata subito l’elasticità dei tessuti. Non è solo muovere la protesi, ma va fatto un approccio fisioterapico manuale specifico che coinvolge:
- Release miofasciale della muscolatura limitrofa
- Mantenere lo spazio intorno alla protesi per impedire l’indurimento della capsula ed evitare che questa si attacchi ai tessuti vicini
- Elasticizzare la cicatrice o in zona del capezzolo o nel taglio inferiore stimolando non solo che non si formi un cheloide ma veicolare la riorganizzazione delle fibre di collagene in maniera elastica e non rigida.
Tutto questo lavoro ridà un seno morbido al tatto, ma anche un aspetto naturale e armonioso. Questo si vedrà anche nei movimenti come sdraiarsi su di un lettino o mentre cammini, comportandosi proprio come un seno naturale.
Protesi alta ed “effetto palla”: perchè il seno non scende?
Dopo una mastoplastica, è molto frequente che alcune pazienti si trovino a vedere il seno “sotto il mento” sia che voi abbiate fatto la tecnica sottomuscolare o Dual plane. Questo effetto come di una palla da bowling al posto del seno è data dal gonfiore dove la parte in alto del petto è eccessivamente rigida ed edematosa mentre la parte sotto abbastanza vuota.
Il vostro chirurgo può dire “è normale, ci vuole tempo, porta pazienza” e sotto certi aspetti può avere ragione…ma… A volte il tempo non è l’unico fattore.
Un impedimento che impedisce alla protesi di scendere verso il basso ed è dato da uno spasmo dei muscoli pettoriali.
Muscolo pettorale contratto: ciò che frena la discesa della protesi
Durante l’atto chirurgico, il muscolo gran pettorale per poter inserire la protesi viene sollevato e in alcuni casi inciso. Per il muscolo questo è un tipo di aggressione che determina un ipertono difensivo e contrattura. Questo dice “mi contraggo così non muovo nulla”.
Da una parte è fisiologica questa risposta, ma questa reazione determina un’azione di morsa verso la protesi: infatti il pettorale schiaccia le protesi verso le coste e verso l’alto. Come conseguenza si crea una sorta di blocco miofasciale, cioè il tessuto connettivo intorno al muscolo risulta schiacciato e teso. Se non viene risolto questo problema, capite bene come aspettare non fa altro che peggiorare la situazione. Per questo è importante affidarsi ad un fisioterapista esperto come me.
Manovre di rilascio e aiuto nel corretto posizionamento
La fisioterapia specialistica avviene proprio in questo tipo di situazione e ambito: non è che siamo tutti noi fisioterapisti bravi a fare tutto. Bisogna specializzarsi come ho fatto io nel tempo in questo tipo di problematica.
L’obiettivo è chiaro: creare spazio.
Per questo motivo il mio intervento è rivolto a:
- Decontrarre le fibre del muscolo pettorale eliminando le morse che bloccano in alto la protesi
- Elasticizzare il solco mammario cioè il punto in cui il seno deve scendere e fermarsi per appoggiarsi in una posizione naturale e fisiologica
- Guidare con mobilizzazioni passive per permettere alla protesi di espandere i tessuti nella sua loggia di posizionamento (creata dal chirurgo) per evitare retrazioni.
Questo tipo di approccio guida il seno verso un tipo di posizionamento e anche di sensazione da parte della paziente verso qualcosa di proprio, veicolando la discesa e favorendo la distensione della pelle nel polo inferiore.
Dolore e fastidi dopo protesi al seno
Molte donne riferiscono sintomi che vengono sminuiti come normali ma ce in realtà sono fastidiosi. La fisioterapia mirata agisce su queste sensazione per eliminare e rendere anche il percorso di guarigione più veloce e meno stressante
Sensazioni di punture di spillo e altre parestesie
Risulta essere molto frequente avvertire delle sensazione di scossette, bruciori e sensazione come di spilli nella zona del capezzolo e verso la parte dell’ascella. Questo avviene per colpa delle strutture a livello intercostale, zona entro cui passano:
- nervi
- muscoli
- arterie
- vene
Capite come saper gestire ognuno di questi elementi del corpo aiuta un recupero ottimale. Anche un lavoro di neurodinamica che si può fare per stimolare lo scivolamento del nervo durante i movimenti può essere qualcosa di valido per ridurre quella sensazione di avere la pelle come un “pezzo di cartone” che è tipico dell’intervento di chi si rifà il seno.
Aiutare quindi il nervo a desensibilizzarsi è fondamentale nel recupero ottimale e permettere alla paziente di non sentire la protesi come qualcosa di estraneo.
Sicuramente però se compaiono situazioni come:
- febbre, brividi
- arrossamento caldo e progressivo
- secrezioni dalla ferita
- dolore che aumenta rapidamente
- asimmetria improvvisa o gonfiore importante
Risulta essere fondamentale contattare subito il chirurgo e visionare da personale medico la situazione per evitare controindicazioni.
Impatto della protesi su braccia e collo
Una delle prime domande che faccio quando ho davanti una donna che ha fatto rifatto il seno è proprio di chiedere se ci sono tensioni sulle braccia come sensazione di formicolio, braccia pesanti o tensione ai muscoli. Come anche per capire se c’è stato un impatto del nuovo assetto del seno sulla postura sul rachide cervicale.
Ricordo che è normalissimo nelle donne avere una postura in “chiusura” con le spalle chiuse e la schiena curva: questo avviene per non sentire dolore e non spostare le protesi mammarie.
Ma nel lungo periodo questo atteggiamento è da scardinare per recuperare un corretto approccio del rachide cervicale e della dorsale. Anche la tensione che avviene sui muscoli cervicali va recuperata in breve tempo, per evitare problemi, comparsa di dolore e migliorare anche la propria postura per non vanificare l’effetto estetico della protesi e dell’insieme.
Protocollo di fisioterapia per il recupero perfetto
Molte mie pazienti mi chiedono “ma posso esser toccata subito dopo l’intervento in cui mi sono rifatta il seno?”
Ovviamente dipende dall’obiettivo: la riabilitazione dopo una mastoplastica additiva non è un semplice massaggetto del seno, bensì un percorso che segue tempi biologici, favorisce la guarigione dei tessuti e stimola un recupero ottimale.
Evitare di aspettare mesi per contattare un fisioterapista specializzato come me deve essere la chiave per evitare complicazioni che ci metterebbero tantissimo a esser risolte (o addirittura che necessitano di un nuovo intervento).
Linfodrenaggio per ridurre il gonfiore (fase iniziale)
Questa fase va iniziata volendo anche subito, per evitare che l’edema carico di sostanze e di cellule vada a sedimentarsi, in questa fase anche il dolore va monitorato e si fa con un linfodrenaggio manuale con un’azione su:
- drenare i liquidi in eccessi che si sono accumulati dopo l’intervento
- Riduzione della pressione interna che tira la zona delle incisioni
- Accelerare la guarigione dei tessuti cicatriziali
Mobilizzazione della protesi e rilascio muscolare (dai 20 giorni in poi)
Tolti i punti e in accordo con il medico chirurgo, si inizia a lavorare sulla cicatrice esterna e il lavoro vero e proprio sulla protesi. Quì, in questa specifica fase, che ho potuto specializzarmi per avere poi un seno naturale e armonioso.
Devo infatti lavorare su più fronti come:
- Fase di “discesa”: si lavora su manovre per liberare il pettorale e veicolare la protesi verso un corretto posizionamento
- Evitare la contrattura capsulare attraverso una mobilizzazione e mantenere lo spazio periprotesico libero, sano ed elastico.
- Lavoro sulla cicatrice: aderenze profonde, asimmetri o fossette della pelle non devono esserci durante i miei trattamenti.
Quando è il caso di prenotare una prima valutazione
Io vi do il mio personale consiglio: dopo già 10-15 giorni dall’intervento è possibile intanto iniziare una valutazione della situazione, possibilmente in accordo anche con chi effettivamente ci ha messo le mani (il chirurgo). Si valuterà tutto: capsula, pettorali, mobilità della protesi e si creerà un piano specifico di “attacco” su misura del tuo seno per un risultato perfetto.
La mastoplastica che hai appena fatto è un investimento che hai fatto su te stessa, sul tuo benessere e sulla tua autostima. Vuoi davvero che questo recupero avvenga passivamente e limiti la bellezza del risultato finale? Un seno rifatto bene è un seno discreto, armonioso e morbido che si integra bene con il tuo corpo.
Prenota quindi una consulenza specifica con me per tornare a stare bene subito.
Fonti Scientifiche
- Secondary Breast Augmentation – Mitchell H Brown et al. Disponibile su Pubmed quì
-
Manual lymphatic drainage for lymphedema in patients after breast cancer surgery – Liang et al. 2020
Disponibile su Pubmed quì




















